domenica 15 aprile 2007

Riflessioni sull’attività nel gruppo dei genitori

“Un agglomerato per farsi gruppo ha bisogno di un elemento affettivo comune, qualcosa che lo unisca”.
Il primo gruppo da me pensato, ha avuto come filo rosso “L’essere genitori con figli che varcano la soglia dell’adolescenza”. Il tempo stabilito del gruppo è stato di 7 incontri, ma il tempo soggettivo è durato molto di più.Il senso di appartenenza ad un gruppo, che avesse una sua collocazione nello spazio e nel tempo, il riconoscimento delle persone che vi appartengono, delle loro storie e dei loro particolari modi pensare e di vivere la loro genitorialità, è stato il collante di questo gruppo, ed il motore che ha consentito l’evoluzione da agglomerato a gruppo vero e proprio. La teoria non è mai stata smembrata dalla pratica, l’esplorazione delle tematiche che hanno a che vedere con l’adolescenza, è stata frutto di un lavoro interattivo, che ha accolto domande, feedback di ognuno dei membri del cerchio. Come nella figura geometrica del cerchio dove ogni punto è equidistante dal centro, qui l’armonia ha contemplato proprio una corrispondenza tra la disposizione spaziale (le sedie sono state disposte a cerchio o a semicerchio), e quella semantico-sintattica della comunicazione.Se all’inizio si sono osservate numerose interruzioni, e non rispetto dell’alternanza dei turni del comunicare, man mano che gli incontri si sono succeduti, si è come instaurata una leggera corda armonica che è il processo di sintonizzazione, innanzitutto emotiva, tra coloro che sono in relazione. Uno psicoanalista molto conosciuto nel panorama internazionale (Stern D.N, 1994) parla di sintonia affettiva tra madre e bambino, cioè di quel processo tutto particolare che è simile ad una danza, che si crea tra quella madre e quel bambino, che è fatto di suoni, silenzi, mimica facciale, parole….una danza questa che va ballata anche da adulti, che va ballata nelle relazioni con gli altri, nei piccoli gruppi come le famiglie, che richiede un suo tempo di maturazione perché si possa capire quale è il ritmo giusto, senza rischiare di calpestare l’altro, senza pestargli un piede. Nel gruppo, dicevo, si è abbozzata questa sintonia nel momento in cui ognuno si è sentito libero di parlare, o di stare in silenzio, si è fidato del gruppo come contenitore dei suoi vissuti, della sua personale storia di genitore e figlio. La fiducia che l’altro sappia essere un buon compagno nella danza, conduce infatti all’apertura emotiva, e da qui si apre la strada alla possibilità di cambiamento. Non c’è cambiamento, infatti, che non passi per l’emozione, ovvero che non nasca profondamente da un vissuto dell’anima, da una graffiante o lacerante sensazione di dolore, di passione, di moto e subbuglio interiore. Il pensiero è rimbalzato da un punto all’altro del cerchio, facendosi parola, divenendo riconoscimento auto-consapevole di “errori”, o modi di gestione della relazione che non rispettano quella armonia di cui parlavamo. L’altro nel gruppo ha funto da specchio in cui riflettere quegli elementi di sé non ancora consapevoli, non ancora del tutto digeriti. Il gruppo ha riconosciuto il valore fondamentale dell’”incontro”, dell’”esserci nel qui ed ora della relazione”, portando senza reticenze e timori, interrogativi, ansie, desideri, vissuti di colpa, che attengono al proprio essere genitore, e al proprio essere stato figlio, che hanno superato la soglia della soggettività per divenire “esperienza comune”, per divenire quindi “esperienza nuova” e nella sua novità avere il grande potenziale del cambiamento.

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