domenica 15 aprile 2007

Chi è lo psicologo?

L’articolo che qui espongo è il primo della lista presente nel blog, costituisce una premessa a ciò che più avanti sarà trattato.
Tutti i termini che iniziano con PSI (es. psicoterapeuta, psicoanalista,…. psichedelico!), hanno solitamente un alone molto misterioso, o meglio sono oggetto di fantasie, idee personali e culturali spesso poco corrispondenti alla realtà dei fatti. Ognuno di voi avrà avuto esperienza diretta o indiretta con chi fa il mestiere dello psicologo. Di recente c’è stato un gran parlare di psicologia, a proposito per esempio di avvenimenti di cronaca relativi al fenomeno del“bullismo”. Si è discusso a lungo sui giornali ed in T.V. della possibilità che ci siano più psicologi a lavorare nelle scuole per prevenire ed ovviare la formazione di circoli viziosi della relazione, che vedono la prevaricazione di alcuni, i “bulli”, ai danni di altri, le “vittime”. Vi sarà capitato di vedere in T.V psicologi invitati in talk show, ad esprimere la loro opinione, psicologi che appaiono talvolta come dei veri e propri show- man, e che riescono poco a chiarire il loro ruolo professionale di fronte al grande pubblico.
La conoscenza dello psicologo per alcuni di voi può essere stata meno mediata da mass-media, e più diretta: vi sarà capitato di sentire che qualcuno, un vicino di casa o un familiare, è andato da uno psicologo perché aveva un problema.
Dagli interventi che opero nelle classi, e dai ragazzi che vedo, spesso ciò che sento dire sul mio lavoro è questo: “Tu curi i pazzi! Curi chi non sta bene!”. Si ha spesso l’idea tra i ragazzi, ma anche tra gli adulti, che lo psicologo sia il medico dei pazzi. Mi viene in mente a questo proposito il famoso film di Totò “Il medico dei pazzi”, l’avete visto? In questo film, Totò scambia una pensione per un manicomio e da lì ha inizio una miriade di equivoci. Nella vita comune, come nelle commedie, quando non ci è chiaro il contesto in cui siamo, dove ci troviamo, che ruolo hanno per esempio le persone che incontriamo a scuola, il linguaggio e i termini specifici da queste usati, possono nascere moltissimi equivoci. Sveliamo quindi, dopo tanta suspense, l’equivoco che riguarda il mio lavoro. Lo psicologo innanzitutto non è un medico. E’ un dottore, specialista, che ha come scopo il benessere della persona. Il ben-essere è una condizione non solo fisica, ma anche e soprattutto soggettiva, cioè dipende da come ognuno di noi si sente, da come ognuno di noi pensa di stare. Quindi lo psicologo cura la soggettività, i pensieri, le emozioni, gli stati d’animo che creano il ben-essere nelle relazioni con gli altri, intendendo come altri i compagni, i genitori, i fratelli, i professori. Il Codice Deontologico degli Psicologi italiani che regola la professione dello psicologo, prevede come condizione necessaria per il suo espletamento, il segreto professionale (Art. 11), ovvero il dovere dello specialista di tutelare i dati relativi alla persona che a lui si rivolge, senza far trapelare nulla all’esterno.
Lo psicologo può lavorare anche nelle Istituzioni, come ad esempio la Scuola, dove il suo obiettivo primario diventa quello di mirare non solo al ben-essere della singola persona, ma al ben-essere di tutta la rete di relazioni, esistente tra i vari protagonisti della scuola (ragazzi, famiglie, professori, personale Ata, dirigente scolastico).
Un’ultima precisazione, etimologica, va fatta riguardo al termine “psiche”. Deriva dal greco psychè ovvero“anima”, e dal verbo psychein, ovvero “soffiare”. La psiche è ciò che ci connota come essere unici e particolari, è ciò che ci consente di apprendere le cose in modo unico e peculiare, è ciò che ci fa stare nella relazione con gli altri in modo unico ed irripetibile. E’il filtro che esiste tra noi ed il mondo, è il mondo che è diventato interno, nostro. Potrei continuare a parlare ancora, ma preferisco fermarmi per lasciare spazio a voi, ai vostri commenti agli articoli del blog, alle vostre domande, curiosità, o riflessioni.

L’adolescenza come tappa

Vivere l’adolescenza è per tutti vivere una trasformazione, un insieme vertiginoso di cambiamenti. Dico per tutti, perché coinvolge davvero tutti anche se in modo diverso. Il ragazzo o la ragazza che vive l’adolescenza, il genitore che si trova a fare i conti con un figlio o una figlia diversa, i docenti che si trovano a scuola a dover affrontare gruppi di ragazzi che cambiano repentinamente dal I al II anno, o dal II al III . Questo delicato momento di evoluzione, può essere talvolta una vera e propria tempesta che insorge spesso in un cielo fino a quel momento sereno, oppure può essere un soffio di vento, che solleva zolle di terra, facendo fuoriuscire semi che erano lì interrati.
Che sia soffio o tempesta, essa in qualche modo si fa sentire e pretende di essere ascoltata. Fa uscire da casa più spesso da soli, o fa rinchiudere in casa, vicino al calore e alla tenerezza del nostro essere ancora bambini. La stanza piena di giochi e di orsetti di peluche viene rimpiazzata o completata con poster di cantanti, delle star preferite, dell’ideale di bellezza che vorremo raggiungere, di quella modella, attrice o show girl che vorremo essere, sicuri di piacere a tutti in una veste così ambita dagli altri. Abbandoniamo i nostri vecchi vestiti, e ne indossiamo altri…ma non siamo sempre sicuri che siano quelli giusti, che siano proprio i nostri. Alla ricerca di una nostra identità, cambiamo e ci rimescoliamo, prendendo pezzi come tasselli di un mosaico, pezzi che vediamo in giro, un po’ qua ed un po’ là, un po’ nel gruppo che frequentiamo a scuola, un po’ tra i compagni che vediamo nel Parco sotto casa. Talvolta spaventati da tanti cambiamenti, dai troppi e confusi“pezzi” da importare, ci rifugiamo nella nostra tana, sicuri della tranquillità nota, tra le mura domestiche di sempre. E’ difficile, però, che anche a casa le cose restino uguali: i litigi si fanno più frequenti, anche per piccole cose, sembra che i genitori parlino un linguaggio incomprensibile, o forse il nostro linguaggio diventa incomprensibile per loro. Si moltiplicano i geroglifici sulle pareti della stanza, nella nostra mente, e sui nostri diari segreti. Si richiede segretezza assoluta, e indipendenza ma nel contempo si desidera comprensione, calore, vicinanza. Ci imbattiamo, a quest’età, in una fase che è un po’ un paradosso, piena di contraddizioni, di sentimenti contrastanti, di amore ed odio verso le persone a noi più care, con cui vorremo stare ma da cui vorremo anche fuggire via.
Un paradosso questo, che può portare ad immobilizzarci come in un pantano, in una palude in cui ogni passo ulteriore diventa difficile se non impossibile se si è da soli, oppure può portarci a vivere semplicemente una “tappa”, uno step del cammino, di quel percorso che va dall’infanzia all’età adulta, tra i ricordi e i sogni, tra nostalgie antiche e chiare fantasie del domani.

Riflessioni sull’attività nel gruppo dei genitori

“Un agglomerato per farsi gruppo ha bisogno di un elemento affettivo comune, qualcosa che lo unisca”.
Il primo gruppo da me pensato, ha avuto come filo rosso “L’essere genitori con figli che varcano la soglia dell’adolescenza”. Il tempo stabilito del gruppo è stato di 7 incontri, ma il tempo soggettivo è durato molto di più.Il senso di appartenenza ad un gruppo, che avesse una sua collocazione nello spazio e nel tempo, il riconoscimento delle persone che vi appartengono, delle loro storie e dei loro particolari modi pensare e di vivere la loro genitorialità, è stato il collante di questo gruppo, ed il motore che ha consentito l’evoluzione da agglomerato a gruppo vero e proprio. La teoria non è mai stata smembrata dalla pratica, l’esplorazione delle tematiche che hanno a che vedere con l’adolescenza, è stata frutto di un lavoro interattivo, che ha accolto domande, feedback di ognuno dei membri del cerchio. Come nella figura geometrica del cerchio dove ogni punto è equidistante dal centro, qui l’armonia ha contemplato proprio una corrispondenza tra la disposizione spaziale (le sedie sono state disposte a cerchio o a semicerchio), e quella semantico-sintattica della comunicazione.Se all’inizio si sono osservate numerose interruzioni, e non rispetto dell’alternanza dei turni del comunicare, man mano che gli incontri si sono succeduti, si è come instaurata una leggera corda armonica che è il processo di sintonizzazione, innanzitutto emotiva, tra coloro che sono in relazione. Uno psicoanalista molto conosciuto nel panorama internazionale (Stern D.N, 1994) parla di sintonia affettiva tra madre e bambino, cioè di quel processo tutto particolare che è simile ad una danza, che si crea tra quella madre e quel bambino, che è fatto di suoni, silenzi, mimica facciale, parole….una danza questa che va ballata anche da adulti, che va ballata nelle relazioni con gli altri, nei piccoli gruppi come le famiglie, che richiede un suo tempo di maturazione perché si possa capire quale è il ritmo giusto, senza rischiare di calpestare l’altro, senza pestargli un piede. Nel gruppo, dicevo, si è abbozzata questa sintonia nel momento in cui ognuno si è sentito libero di parlare, o di stare in silenzio, si è fidato del gruppo come contenitore dei suoi vissuti, della sua personale storia di genitore e figlio. La fiducia che l’altro sappia essere un buon compagno nella danza, conduce infatti all’apertura emotiva, e da qui si apre la strada alla possibilità di cambiamento. Non c’è cambiamento, infatti, che non passi per l’emozione, ovvero che non nasca profondamente da un vissuto dell’anima, da una graffiante o lacerante sensazione di dolore, di passione, di moto e subbuglio interiore. Il pensiero è rimbalzato da un punto all’altro del cerchio, facendosi parola, divenendo riconoscimento auto-consapevole di “errori”, o modi di gestione della relazione che non rispettano quella armonia di cui parlavamo. L’altro nel gruppo ha funto da specchio in cui riflettere quegli elementi di sé non ancora consapevoli, non ancora del tutto digeriti. Il gruppo ha riconosciuto il valore fondamentale dell’”incontro”, dell’”esserci nel qui ed ora della relazione”, portando senza reticenze e timori, interrogativi, ansie, desideri, vissuti di colpa, che attengono al proprio essere genitore, e al proprio essere stato figlio, che hanno superato la soglia della soggettività per divenire “esperienza comune”, per divenire quindi “esperienza nuova” e nella sua novità avere il grande potenziale del cambiamento.

Riflessioni sul Gruppo Docenti/Genitori

L’idea di costituire un gruppo che riunisse genitori e docenti insieme è partita dall’esigenza di creare una terra comune in cui si incrociassero vissuti, esperienze, idee consapevoli o non ancora consapevoli di chi occupa ruoli differenti, ma complementari, nel sistema scolastico. Questo gruppo, nasce già con una sua storia, nasce in parte come figlio del primo gruppo costituito esclusivamente dai genitori. Molti di questi genitori, hanno infatti seguito la seconda fase di formazione/informazione, spinti dal desiderio di andare avanti, di non rinunciare all’appuntamento settimanale, a quel “contenitore interno” che li ha aiutati a “pensare i loro pensieri”, restituendo un senso di continuità nel tempo.Uno spazio per il pensiero, si è costruito anche in questo gruppo, anche se esso è stato circoscritto ad un numero inferiore di incontri (sono stati infatti 5, anziché 7). Il gruppo ha conosciuto un’evoluzione più difficoltosa, poiché sono state notate ed hanno pesato fino all’ultimo incontro, le assenze sia da parte dei docenti convocati, sia da parte dei genitori interessati, cioè i genitori che hanno figli con problematiche di apprendimento o del comportamento. Il tema dell’assenza è stato l’inizio e l’epilogo del percorso. Si è iniziati a pensare ai perché delle assenze, non comprendendo la assenza solo come problema di organizzazione, ma come “demotivazione” e disinteresse, e si è concluso il percorso, pensando al modo in cui coinvolgere gli altri (genitori e docenti) in un possibile nuovo itinerario. Ognuno del gruppo ha infatti espresso l’utilità dell’esperienza e la necessità di condivisione, attraverso per esempio la stesura di una relazione scritta insieme che vada a riassumere l’esperienza e possa esportarla all’esterno.Malgrado le difficoltà di numero e di organizzazione, è stato possibile abbozzare un senso di appartenenza, e creare soprattutto un’atmosfera di fiducia tale per cui anche qui, insieme all’esplorazione delle tematiche prefissate, si è potuto andare oltre, esplorando i vissuti connessi alla genitorialità nei casi particolari dell’handicap. Il piccolo gruppo può avere un effetto terapeutico, ovvero di cambiamento, anche quando non nasce con tale funzione, ovvero anche quando si tratta di un gruppo di formazione come quello che è stato fatto. Il gruppo ha lavorato insieme nell’elaborazione di possibili progetti di intervento sulle disabilità, a partire da una conoscenza più approfondita del problema specifico. Docenti e genitori si sono confrontati cercando strategie, e metodologie per utilizzare le risorse esistenti nel ragazzo portatore di difficoltà o deficit, e nel gruppo classe, attraverso un progetto di intervento comune scuola/famiglia. Al loro lavoro si è accompagnata una consapevolezza “disillusa” della realtà, e delle difficoltà di integrazione scuola/famiglia secondo un modello ideale di rete. Il gruppo quindi ha conosciuto il confronto anche divergente, tra punti di vista del genitore e punti di vista dell’insegnante. Divergenze che hanno trovato humus fertile nel sentirsi rappresentanti nel contempo di due gruppi diversi, spesso in antitesi, il gruppo “genitori” e il gruppo “docenti”. La complementarietà tra i due, anche se teorizzata, nella pratica è molto difficile da attuare e da consolidare. Trincerati nelle proprie posizioni, si ragiona infatti spesso assecondando pregiudizi e sentimenti che riguardano l’etichetta, al di là della persona che vi è dietro. La consapevolezza di avere tali pregiudizi, di non esserne esenti, malgrado le buone intenzioni, è diventata nel gruppo un passo decisivo, che ha condotto ad una riflessione “consapevole” passando dal ruolo alla persona. Una comune riflessione è stata portata avanti anche nel discorso sui disturbi evolutivi, in particolare sull’autismo, dove si è passati dalla definizione teorica della disabilità e delle aree problematiche, alla ricerca di conoscenza delle diverse persone, con un nome ed un’identità peculiare, al di là della mera etichetta.Il gruppo ha sperimentato un’immersione nel mondo soggettivo di chi vive direttamente gli effetti di tale patologia, e di chi ne è portatore. Ognuno a suo modo, si è relazionato a chi porta il “marchio” dell’handicap, ognuno sente e vive sentimenti disparati che oscillano dall’impotenza, allo smarrimento, alla rabbia, alla voglia di fare, di aiutare. Si crea un processo di “immedesimazione”, per cui il problema specifico di pochi diventa oggetto dell’interesse di molti, sentendo che a qualche livello appartiene a tutti. Ricordi di esperienze vissute in pieno contatto con quest’universo, leggibile e prevedibile nella sua manifestazione da chi ne ha esperienza costante, proprio come “un libro aperto”, o lambito semplicemente da una capacità, tutta umana, di immedesimazione e vicinanza emotiva. L’autismo è stato riconosciuto non solo come problema, ma come universo speciale senza sovrastrutture mentali comuni alla normalità, come “espressione istintiva di emozioni” senza la mediazione della parola e del meta-pensiero, come generatore di sorrisi, lacrime, e quindi di emozioni in chi ne è in relazione.